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Ripristinare gli ecosistemi richiede più evidenze, apprendimento e partecipazione territoriale

A metà della Decade delle Nazioni Unite per il Ripristino degli Ecosistemi, specialisti propongono sette raccomandazioni per integrare meglio dati scientifici, conoscenze locali, finanziamenti flessibili e gestione adattiva.

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Il ripristino degli ecosistemi ha smesso di essere un’aspirazione ambientale generale ed è diventato una necessità strategica di fronte alla degradazione dei suoli, alla scarsità d’acqua, all’insicurezza alimentare e all’aumento dei rischi climatici. A metà della Decade delle Nazioni Unite per il Ripristino degli Ecosistemi, una domanda diventa centrale: se le azioni in corso siano sufficientemente guidate da evidenze utili alle decisioni.

Un’analisi diffusa da Forests News e collegata al lavoro di CIFOR-ICRAF sostiene che l’evidenza debba essere presente in tutte le fasi del ripristino: diagnosi, progettazione, attuazione, monitoraggio, apprendimento e aggiustamento. Non basta misurare alberi piantati o ettari interessati; occorre anche capire se le azioni migliorano suoli, acqua, biodiversità, mezzi di sussistenza, redditi, nutrizione, accesso ai mercati e capacità locali.

La prima raccomandazione è rafforzare la gestione adattiva. Ripristinare non significa eseguire una ricetta fissa, ma imparare nel territorio e correggere le decisioni con i dati. In esperienze come Regreening Africa, le missioni congiunte di riflessione e apprendimento hanno riunito conoscenze comunitarie, esperienza dei partner ed evidenze scientifiche per modificare pratiche, includere specie native nei vivai o rispondere ai dati sulla salute del suolo.

La seconda linea consiste nell’ampliare la base di evidenze. Gli indicatori biofisici, come specie, copertura vegetale, qualità del suolo o diversità animale, devono dialogare con indicatori sociali ed economici. Il ripristino fallisce quando viene separato da chi usa, cura o dipende dal paesaggio. Per questo devono essere considerati anche saperi indigeni, conoscenze locali ed esperienza pratica di campo.

L’analisi indica anche le responsabilità di donatori e investitori. Molti progetti sono disegnati con tempi brevi e cornici rigide, mentre il ripristino richiede tempi lunghi, monitoraggio continuativo e capacità di adattamento. I finanziatori possono migliorare l’impatto se consentono aggiustamenti durante l’attuazione, sostengono monitoraggi di lungo periodo e riconoscono che anche l’apprendimento fa parte del risultato.

Un’altra raccomandazione è rafforzare piattaforme multi-attore capaci di discutere evidenze localmente rilevanti. Governi, comunità, ricercatori, produttori, organizzazioni sociali e partner di cooperazione hanno bisogno di spazi sicuri per condividere dati, discutere ostacoli e costruire soluzioni. Il ripristino non dipende solo dall’informazione tecnica, ma anche da fiducia, facilitazione, accordi e capacità di coordinamento.

Per Fundación Argentina ASE, questa agenda dialoga con un’idea centrale: ambiente, produzione e sviluppo territoriale devono essere organizzati con informazioni, istituzioni e partecipazione. Nei Paesi australi, sudamericani ed emergenti, ripristinare ecosistemi può migliorare resilienza climatica, occupazione, acqua, biodiversità e radicamento, purché gli interventi non siano cosmetici né imposti senza leggere la realtà locale.

La sfida per la seconda metà della decade è passare da progetti isolati a sistemi di apprendimento. Ciò implica investire in capacità di raccogliere, analizzare e interpretare dati; istituzionalizzare una cultura dell’evidenza; e progettare politiche pubbliche capaci di correggere rotta. Ripristinare ecosistemi non significa tornare meccanicamente al passato: significa costruire paesaggi più sani, produttivi e resilienti con conoscenza condivisa.