La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva ha sollevato organizzazioni ambientali, indigene e scientifiche che temevano un arretramento nella protezione dell'Amazzonia. Il presidente ha ottenuto il 51,78% contro il 48,21% di Flávio Bolsonaro, con 4,4 milioni di voti di vantaggio.
Il risultato deve ancora completare il percorso istituzionale. Bolsonaro non ha ammesso la sconfitta e chiederà l'annullamento, ma dovrà provare frodi capaci di ribaltare il margine prima della certificazione prevista il 18 dicembre.
La mobilitazione indigena è stata visibile nella regione amazzonica. APIB e altre organizzazioni hanno ottenuto in tribunale il trasporto per elettori remoti e hanno descritto la partecipazione come difesa di democrazia, vita e diritti territoriali.
Lula avvia il nuovo mandato dopo un calo storico della deforestazione e con l'attesa di mantenere i controlli sul disboscamento illegale. Il sostegno alle esplorazioni petrolifere presso la foce del Rio delle Amazzoni mostra però contraddizioni irrisolte.
Il Congresso può essere l'ostacolo maggiore. L'Osservatorio del clima stima che sette nuovi parlamentari su dieci siano contrari all'agenda climatica e ambientale, dopo iniziative contro licenze, pesticidi e tutele indigene.
L'elezione ha anche sbloccato un segnale finanziario. I Paesi Bassi hanno promesso 500 milioni di dollari al Tropical Forest Forever Facility, portando gli impegni a 7,8 miliardi; l'obiettivo iniziale di 10 miliardi resta da raggiungere.
La continuità offre un'opportunità, non una garanzia. Fermare la deforestazione in tutti i biomi richiederà controlli durevoli, alleanze parlamentari, tutela dei territori indigeni e coerenza tra foreste, energia e finanza internazionale.