La COP16 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, svolta a Riad, in Arabia Saudita, ha posto la degradazione delle terre al centro dell’agenda ambientale e dello sviluppo. Con il tema "La nostra terra. Il nostro futuro", il vertice ha riunito governi, scienziati, comunità, organizzazioni e settore privato per discutere come ripristinare i suoli, affrontare le siccità e finanziare azioni nelle regioni vulnerabili.
Il dibattito è arrivato in un momento critico. La degradazione delle terre incide su sicurezza alimentare, disponibilità d’acqua, biodiversità, salute pubblica, economie rurali e stabilità sociale. Intensifica anche migrazioni, conflitti per le risorse e vulnerabilità climatica. Per questo la desertificazione ha smesso di essere un problema periferico delle zone aride ed è diventata una questione strategica dello sviluppo umano sostenibile.
Uno dei risultati più visibili è stato l’annuncio di impegni finanziari superiori a 12 miliardi di dollari per il ripristino delle terre e la resilienza alla siccità, con particolare attenzione ai paesi vulnerabili. Il vertice ha inoltre promosso una maggiore partecipazione dei popoli indigeni e delle comunità locali, mantenuto l’interfaccia scienza-politica della Convenzione e rafforzato il ruolo delle soluzioni basate sulla natura.
Tuttavia, la COP16 ha mostrato anche i limiti della governance internazionale. I paesi non sono riusciti a concludere un accordo globale vincolante sulla siccità, una delle principali richieste delle regioni più esposte. La discussione proseguirà verso la COP17, prevista in Mongolia nel 2026, dove si tornerà a discutere se il mondo abbia bisogno di un quadro volontario o di un protocollo giuridico più forte per anticipare e rispondere alle siccità.
Il ripristino delle terre non può essere ridotto alla piantumazione di alberi. Richiede gestione dei bacini, recupero dei suoli, agroforestazione, protezione dei pascoli, controllo dell’erosione, pianificazione territoriale, monitoraggio dell’umidità, gestione dell’acqua e partecipazione di produttori e comunità. Quando queste azioni sono integrate, possono migliorare produttività, biodiversità e resilienza climatica allo stesso tempo.
Per l’America Latina, l’agenda è diretta. La regione combina foreste tropicali, praterie, zone umide, aree aride, sistemi agricoli intensivi e comunità rurali che dipendono dalla salute del suolo. In Argentina, la degradazione delle terre attraversa i dibattiti su foreste native, bacini, allevamento, agricoltura, incendi, siccità, infrastrutture idriche e radicamento territoriale.
L’apprendimento centrale di Riad è che la politica ambientale deve operare con dati, finanziamenti e continuità. Non bastano impegni generali: servono inventari della degradazione, sistemi di allerta precoce, strumenti economici, assistenza tecnica, ripristino misurabile e capacità statale di accompagnare chi produce e vive nei territori colpiti.
Dal punto di vista di Fundación Argentina ASE, la COP16 conferma che suolo, acqua, biodiversità e produzione formano una stessa agenda. Proteggere la terra significa proteggere comunità, cibo, lavoro ed ecosistemi. Il ripristino deve essere trattato come infrastruttura pubblica dello sviluppo umano sostenibile, con scienza applicata, cooperazione internazionale e presenza territoriale permanente.