Nell'estate 2026 le acque intorno all'Europa hanno vissuto ondate di calore marine di estensione e intensità eccezionali. Un'analisi di World Weather Attribution ha rilevato temperature superficiali fino a 6 °C sopra la norma in alcune aree e attribuito una quota sostanziale dell'eccesso all'inquinamento che scalda il pianeta. Lo studio ha esaminato i quattordici giorni più caldi in quattro regioni: mari celtici, golfo di Biscaglia e penisola Iberica, Mediterraneo occidentale e orientale.
Il confronto ha combinato osservazioni e modelli con un clima ipotetico più freddo di 1,4 °C, vicino a condizioni senza il riscaldamento accumulato. In tre regioni su quattro, i massimi annuali osservati sarebbero stati praticamente impossibili. Nell'area celtica la probabilità è aumentata di circa trenta volte, rendendo comune un episodio prima secolare. È un'attribuzione probabilistica, non l'affermazione che ogni grado o corrente abbia una sola causa.
L'impronta appare anche nella superficie. Le ondate hanno coperto circa il 90% della zona Biscaglia-Iberia contro il 40% nel clima più freddo; l'80% del Mediterraneo occidentale contro il 40%; quasi il 70% di quello orientale contro il 9%; e l'80% dell'area celtica contro il 30%. Il riscaldamento attribuibile all'uomo è stimato in circa 2 °C nelle due regioni mediterranee, 1,4 °C in Biscaglia-Iberia e 1,3 °C nell'area celtica.
Il lavoro ha usato metodi di attribuzione rapida e, secondo le informazioni disponibili alla pubblicazione, non aveva completato la revisione tra pari. Occorre quindi presentare risultati, ipotesi e incertezze senza respingerli né trattarli come verdetto finale. Le conclusioni concordano con il lungo periodo: l'oceano assorbe circa il 90% del calore in eccesso dei gas serra, e nel 2025 le ondate avevano già interessato l'86% della regione oceanica europea.
Il danno va oltre il termometro. Il calore estremo può uccidere coralli, spugne e macroalghe che formano habitat, poi sconvolgere invertebrati, pesci, uccelli e mammiferi. Le specie mobili cercano acque fredde, mentre quelle di fondo o lente affrontano limiti maggiori. Questi spostamenti cambiano reti alimentari, disponibilità per pesca e acquacoltura, turismo ed economia delle comunità costiere.
Gli effetti raggiungono costa e atmosfera. Mari caldi rilasciano più umidità, alzano le temperature notturne e ostacolano il recupero del corpo durante le ondate terrestri. Possono anche fornire vapore a piogge intense quando coincidono altre condizioni, senza determinare da soli una specifica alluvione. Acque calde favoriscono alcuni patogeni e specie opportuniste. Sanità, porti, pesca e protezione civile devono integrare allarmi marini e previsioni terrestri.
L'adattamento riduce pressioni locali con aree protette efficaci, ripristino, meno inquinamento, pesca flessibile e monitoraggio precoce, ma non compensa il riscaldamento continuo. Con altri 1,4 °C globali, lo studio prevede che eventi come il 2026 diventino più caldi di ulteriori 1,3–1,9 °C secondo la regione. Tagli rapidi alle emissioni fossili restano decisivi, insieme a dati aperti su temperatura, ossigeno, mortalità e catture.