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La Pampa torna alla Corte Suprema per chiedere un flusso permanente dell'Atuel e riparazione ambientale

Sergio Ziliotto ha presentato una nuova richiesta di pronto despacho alla Corte Suprema argentina per far eseguire le sentenze del 2017 e del 2020 sul rio Atuel. La Pampa sostiene che l'inadempienza di Mendoza non deriva da mancanza d'acqua, ma da una decisione politica che prolunga la regressione ambientale dell'ovest provinciale.

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La Pampa ha riportato il conflitto sul rio Atuel al centro della scena giudiziaria argentina. Nel quadro della Giornata della lotta per il rio Atuel, il governatore Sergio Ziliotto ha presentato una nuova richiesta di pronto despacho alla Corte Suprema di Giustizia della Nazione affinché il tribunale faccia rispettare le proprie sentenze e ordini il ripristino effettivo di un flusso minimo permanente verso il territorio pampeano. L'obiettivo è trasformare decisioni definitive in acqua reale, una differenza decisiva per comunità ed ecosistemi che da decenni convivono con il corso interrotto o fortemente ridotto.

La richiesta si appoggia a una storia ambientale che La Pampa ha trasformato in politica di Stato. La data ricorda il telegramma inviato il 6 agosto 1947 dal radiotelegrafista Angel Garay al presidente Juan Domingo Peron, nel quale denunciava il taglio dell'Atuel da parte di Mendoza. Quasi ottant'anni dopo, il fascicolo non riguarda più solo la memoria provinciale: coinvolge diritti idrici intergiurisdizionali, riparazione ambientale, accesso all'informazione e la capacità del massimo tribunale argentino di eseguire decisioni che ha già pronunciato.

La base giuridica immediata è nelle sentenze della Corte Suprema del 2017 e del 2020. Nel dicembre 2017 il tribunale ha riconosciuto l'intergiurisdizionalità del fiume, ha dichiarato l'esistenza di un danno ambientale nel nord-ovest di La Pampa e ha ordinato di definire un flusso idoneo a ricomporre l'ecosistema colpito. Nel luglio 2020, davanti alla mancanza di accordo tra le province, ha fissato un obiettivo interinale obbligatorio di 3,2 metri cubi al secondo al confine interprovinciale, insieme a opere e monitoraggio. Per il governo pampeano, nessuno di questi obblighi è stato rispettato in modo effettivo.

Il punto politico del nuovo scritto è che l'inadempienza non si spiega con un'impossibilità fisica, ma con il modo in cui la risorsa viene amministrata. La presentazione cita dichiarazioni recenti di autorità idriche di Mendoza su prospettive favorevoli grazie alle nevicate invernali e le contrappone a pratiche che La Pampa considera parte del problema: irrigazione inefficiente, sovrautilizzo, accumulo nei bacini e gestione unilaterale del sistema. In questa lettura, l'assenza di flusso non è solo una conseguenza climatica, ma il risultato di priorità produttive e territoriali che lasciano il tratto pampeano senza ricomposizione ecologica.

Il rischio ambientale è cumulativo. Senza deflusso sufficiente, l'ovest di La Pampa perde umidità, biodiversità, produttività e condizioni sociali di permanenza; i suoli si degradano, le attività rurali diventano più fragili e la riparazione diventa più costosa a ogni stagione perduta. Per questo il ricorso richiama anche la Legge generale dell'ambiente e l'Accordo di Escazú. Non si tratta soltanto di rispettare una quota d'acqua, ma di fermare una regressione ecologica e sociale con informazione pubblica, partecipazione, controllo e responsabilità dello Stato.

La fase che si apre dipende meno da nuove prove che dall'esecuzione istituzionale. La Corte Suprema può chiedere nuovi rapporti, intimare Mendoza, ordinare misure di adempimento, esigere calendari di opere e rafforzare il sistema di monitoraggio del flusso al confine interprovinciale. Per La Pampa, il prossimo movimento reale deve essere una decisione giudiziaria che converta la sentenza in acqua verificabile. Per Mendoza, continuare a resistere avrà un costo politico, ambientale e giuridico, perché il caso è ormai una prova nazionale sul federalismo idrico e sul rispetto degli obblighi ambientali.

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