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La rappresentanza indigena del Brasile cerca alleanze più ampie per difendere l'agenda climatica

Cinque dei 178 candidati indigeni del 2022 sono entrati nella Camera dei deputati, dove il gruppo cocar affronta un blocco ruralista con circa il 60% dei 513 seggi. La strategia unisce demarcazione territoriale, legislazione sociale e dialogo trasversale prima delle elezioni di ottobre.

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La più ampia rappresentanza indigena mai raggiunta nella Camera dei deputati del Brasile prova a trasformare una presenza ancora ridotta in influenza climatica. Dei 178 candidati indigeni del 2022, cinque hanno ottenuto un seggio. Célia Xakriabá e Juliana Cardoso guidano il gruppo cocar, che difende demarcazione delle terre, diritti collettivi e politiche ambientali in una camera di 513 membri.

L'asimmetria politica è centrale. Il blocco ruralista legato all'agribusiness riunisce circa il 60% dei deputati e promuove decine di proposte che Observatório do Clima considera ad alto potenziale di danno socioambientale. Da gennaio 2023 Xakriabá ha presentato 83 disegni di legge, ma solo tre sono stati promulgati: su violenza contro le donne indigene, discriminazione delle gestanti e istruzione rurale.

Di fronte a questi rapporti di forza, le deputate indigene costruiscono alleanze oltre il proprio gruppo. Xakriabá partecipa anche alle commissioni cultura, diritti umani e istruzione; il suo team cerca testi capaci di ottenere sostegno senza arretrare sui diritti. Joenia Wapichana, prima donna indigena eletta deputata federale nel 2018, considera il dialogo su molti temi una via verso accesso, rispetto e influenza.

La disputa parlamentare ha conseguenze climatiche misurabili. La NDC brasiliana punta a ridurre le emissioni del 59–67% entro il 2035 rispetto al 2005, mentre agricoltura e cambiamento d'uso del suolo hanno generato oltre il 70% delle emissioni nazionali nel 2024. A luglio il Senato ha indebolito la protezione di 486.000 ettari — circa il 37% — della Foresta nazionale di Jamanxim; le organizzazioni ambientali avvertono che ciò ostacola l'obiettivo.

La difesa territoriale indigena non è solo una richiesta sociale. Un'analisi del World Resources Institute stima che le foreste amazzoniche gestite dai popoli indigeni abbiano rimosso dall'atmosfera 340 milioni di tonnellate di CO₂ l'anno tra 2001 e 2021. Il dato mostra il valore climatico delle foreste in piedi, ma non sostituisce il taglio delle emissioni fossili né cancella il diritto delle comunità a decidere.

La transizione energetica apre un altro conflitto. Le richieste di esplorazione di minerali critici si sovrappongono o sono adiacenti a 278 territori indigeni, il 44% di tali aree in Brasile, secondo l'Osservatorio della transizione energetica. A maggio la Camera ha approvato una politica nazionale senza la partecipazione di attivisti indigeni; il Senato la esamina e Xakriabá presiede una commissione sugli impatti.

Le elezioni generali di ottobre saranno la prossima prova. Finora nessun deputato federale indigeno è stato rieletto, ma una decisione del Tribunale superiore elettorale ha aumentato fondi e tempi radiotelevisivi per le candidature indigene del 2026 dopo una richiesta di Xakriabá nel 2024. L'esito dipenderà dai seggi e da alleanze durevoli capaci di fermare regressioni e produrre politica climatica stabile.

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